venerdì 17 maggio 2013

SAA Round - Regole della competizione



1. I tiri vengono eseguiti alla distanza di 50 iarde (pari a 45,72 metri);

2. Dopo avere tirato una freccia, il tiratore si fa da parte e lascia il posto per consentire ai tiratori
successivi di tirare a turno la loro freccia individualmente, fino a che tutti non abbiano tirato 5 frecce. A questo punto si procede con la registrazione dei punteggi;
3. Gli arcieri, successivamente, si muoveranno in senso antiorario per occupare il paglione successivo,
continuando così fino a che non si sia tirato su tutti e 5 i paglioni dislocati;
4. Si registrano solo i punteggi dall’interno del cerchio blu in su;
5. Si registra altresì il miglior oro della competizione, così come il peggior “zero” dell’ultima volée, ai quali spettano dei riconoscimenti speciali.

In accordo alla tradizione, la competizione avrà inizio con una salva di frecce con punta fischiante ed avrà termine con un minuto di tiri in velocità.

Figli di cani

Stemma di reparto dell' RCST Ariete


Era appena iniziato l’autunno del 1996. Prestavo servizio presso il Reparto Comando e Supporti Tattici Ariete, presso la caserma Monti di Pordenone. A dire il vero la caserma era in mezzo al nulla, in piena campagna sulla direttrice tra Pordenone e Aviano/Maniago, ma faceva parte ancora del territorio comunale del capoluogo friulano.
Noi del 7° scaglione ’96 eravamo alle prese con l’addestramento avanzato e con le altre attività di caserma (e non) tipiche del periodo in cui le reclute sono ancora “fresche”, novelle. Passavamo ore ed ore sulle grave del Cellina/Meduna, in esercitazione o al poligono di Cao Malnisio. Oppure ancora nelle caserme dismesse a fare lavori di manutenzione. Il clima era ancora caldo, malgrado i giorni fossero piuttosto piovosi.
A fine settembre in Afghanistan i Talebani avevano alla fine conquistato Kabul dopo lungo assedio, causando una destabilizzazione in tutto il medio-oriente che causò una ripresa delle attività di migrazione verso l’Europa di genti provenienti da quelle zone che, per comodità, sceglievano di approdare in Italia attraversando il Mediterraneo. Ancora una volta l’Italia era alle prese con l’allestimento, su tutto il territorio nazionale, di centri di accoglienza per questi profughi che sbarcavano sulle coste de meridione.
Nel frattempo cominciava ottobre e le piogge si intensificavano. Veniva diramato un’allerta meteo per la zona friulana e i militari di stanza in Friuli erano in stato di “allerta protezione civile”. Le licenze “saltavano”, a partire da quelle della Brigata Alpina Julia a Udine per proseguire poi anche con noi della Brigata Corazzata Ariete. Eravamo “in prontezza”, il che voleva dire dormire con mimetica ed anfibi a portata di mano, pronti ad essere dispiegati in zona alluvionata in circa 20 minuti di tempo. Così si arrivava a sera stanchi morti, bagnati, infreddoliti dopo la giornata in esercitazione o in attività di manutenzione e non si sapeva se quella notte si sarebbe dormito fino in fondo. Con il rischio di doversi rituffare nella pioggia nel malaugurato caso di un evento alluvionale per prestare soccorso alle popolazioni colpite. Insomma: un periodo intenso, non c’è che dire…
Occorre sapere che il militare di leva aveva diritto, ai tempi, ad un cambio lenzuola ogni due settimane. Ora, successe in quel periodo che il nostro “cambio lenzuola” non fu più disponibile. Ci disse il maresciallo addetto al casermaggio che le lenzuola erano finite. Si seppe poi che, in realtà, le lenzuola destinate ai cambi per tutte le caserme del Friuli (e forse dell’Italia intera) erano state “dirottate” verso i centri di accoglienza per gli immigrati. Alcuni di noi abitavano in Friuli o in zone del Veneto vicine alla caserma. Questi potevano raggiungere le loro abitazioni durante la libera uscita e, con l’occasione, portavano le lenzuola a casa per lavarle. Gli altri (me compreso) no: l’unica possibilità era portarle a casa alla prima licenza ma… peccato che le licenze fossero “saltate” per via dello stato di prontezza-alluvione. Ecco quindi che le lenzuola in caserma non erano più cambiate e non lo furono più per settimane e settimane. Il loro colore ovviamente mutava: si passava da un bianco splendente dei primi giorni ad un bianco sempre più “crema”, sbiadito, per poi confluire in un giallognolo che virava poi abbastanza decisamente sul giallo per poi acquisire addirittura delle sfumature grigiastre.
Io non sapevo più da che parte rigirare la mia federa che ormai aveva perso ogni parenza di biancore. Alcuni, per ribrezzo, dormivano addirittura indossando la “stupida”, che nel gergo militare è il berretto da lavoro policromo indossato quando non si usa il basco nero o il copricapo di specialità. Tutto per non far sì che i capelli e parte del volto venissero a contatto con quelle federe luride, lerce.
Tra di noi si scherzava: “sì, d’accordo, ‘ste lenzuola non saranno il massimo dell’igiene, ma non ti preoccupare, tanto siamo tutti ‘siringati’!” E l’essere “siringati” voleva dire semplicemente essere stati sottoposti a tutta quella profilassi che il militare di leva riceveva dagli ufficiali sanitari all’atto dell’arruolamento.
Ma il commento più azzeccato per descrivere la situazione fu quello che io stesso feci o che qualcuno mi riferì (non ricordo bene): “Quelli [cioè gli immigrati irregolari] li fanno dormire con le nostre lenzuola pulite e noi che siamo i ‘figli della patria’ ci fanno dormire come dei cani!” già: i “figli della patria” che, dormendo come dei cani, erano lontani da casa, non pagati, occupati durante il giorno in attività stremanti e comunque pronti, nel cuore della notte, a saltare fuori dalle brande per fare opera di protezione civile.
Fortunatamente non fu mai necessario intervenire in soccorso di alluvionati e, lentamente, anche le lenzuola tornarono bianche nelle caserme, vuoi perché si era potuto andare in licenza, vuoi perché gli approvvigionamenti di casermaggio erano ripresi regolarmente.
Tempi duri. Giornate grigie che però, con gli occhi di oggi, assumono un mare di colori: dai verdi/marroni delle tute mimetiche, al giallo oro dei bottoni dell’alta uniforme e dell’insegna della brigata, al rosso-blu della specialità carrista.
Stemma della 132^ Brigata Corazzata "Ariete"

martedì 30 aprile 2013

Test da smartphone

Ciao a tutti. Primo post di prova dallo smartphone.

giovedì 11 aprile 2013

Ricorrenze (da Parigi) - Ancora pensieri di un Poeta Guerriero

Domani 11 aprile saranno 11 anni di matrimonio (2002)
Lunedì 15 aprile saranno 8 anni che lavoro per Alstom (2005)
Martedì 16 aprile saranno 17 anni che sono laureato (1996)
Insomma: tutte ricorrenze che sono lì a dirmi che il tempo passa, o meglio, vola
… e siamo ancora lontani… da cosa, lo vedremo…
…sono qui lontano da casa che guardo le nuvole passare veloci nel cielo di Parigi, veloci come gli anni che passano, rapidi come uccelli in volo…
Con, dentro agli occhi ormai, più passato che futuro, con un presente sfuocato, con un futuro fumoso, come quell’ultima sigaretta fumata un’ora fa.
La consolazione è sempre più spesso legata alle mie figlie: saranno loro spero che renderanno questo mondo un posto migliore, più decente.
A noi non ce l’hanno fatto fare: ci si sono messi di mezzo “quelli più anziani di noi”, dovrei dire “i vecchi”! E dietro loro stuoli di lecca-culi e di puttane.
La lotta da fare oramai sarà quella di supportare i ragazzi il giorno in cui rivendicheranno i loro spazi e grideranno forte la loro voglia di cambiare questo mondo andato a male. Sarà una lotta a supporto delle truppe in prima linea, sarà una lotta nelle retrovie a manovrare pezzi di artiglieria oppure solo a fornire supporto logistico. Insomma: sarà quasi una roba da imboscati come siamo stati sempre nella mia generazione (?).
Probabilmente poi sarò, saremo più crudeli che mai, dato che non si tratterà più solo di noi ma dei nostri figli; saremo terribili ma mal supportati dalle nostre energie residuali che saranno ormai sfiancate da anni e anni di resistenza passiva ed attonita. E magari, come sferzata finale sul nostro volto e sul nostro orgoglio, si accoderanno a noi gli stessi lecca-culi e le stesse puttane di cui sopra che avranno subodorato il cambiamento del vento. Troppo? Forse – ma mandare giù anche quello perché ci sono di mezzo i nostri figli. E quindi in quel caso va bene anche la merda!
Troppo pessimismo? Troppo fosco? Magari sì, se visto con i nostri occhi e attraverso le nostre lenti – ma sicuramente no se guardato con gli occhi dei ragazzi, senza bisogno di lenti perché loro sì che hanno la vista buona…
Cromaticamente parlando si passerà dal grigio di oggi attraverso un grigio-verde di guerra per poi sfociare definitivamente in un verde sempre più brillante.

E la primavera oggi ha ancora da arrivare…

Post scriptum: auguri a mia moglie, che amo ancora e che mi ha regalato due tesori impagabili... per sempre!




martedì 5 febbraio 2013

Pensieri di un poeta-guerriero


Come una poetessa neo-stilnovista la mia dolce primogenita mi ha raccontato ieri di avere una specie dei fidanzatino a scuola.
Ora, io ho sempre detto e sostenuto – e in questa sede lo ribadisco – che il momento in cui le mie bambine incominceranno a frequentare persone dell’altro sesso in forma di fidanzati, flirt, partner, mariti, ecc. sarà da me vissuto piuttosto male. Non sono mai stato geloso di una mia fidanzata, non sono mai stato geloso di mia moglie, mi riservo però di essere gelosissimo delle mie bambine. Dopo tutto, uno di qualcosa deve essere pur geloso a questo mondo, no?
Pensare che un giovanotto, magari vestito da “pirla”, con il volto brufoloso, i capelli a banana, l’espressione ebete e aduso al consumo di alcoolici e/o stupefacenti in maniera irresponsabile: insomma pensare ad un tipo così che cerca (o riesce) di sbaciucchiare, mettere le mani addosso, strusciarsi, su una delle mie bambine che io ho visto nascere, crescere, alla quale ho cambiato centinaia di pannolini, per la quale ho rinunciato a qualche decina di ore di sonno, che ho visto fiorire nel corso degli anni, … insomma tutto questo mi è impossibile da sostenere.
Tengo pronta la carabina nell’armadio, sempre oleata e manutenuta, da utilizzarsi all’uopo. Pensare poi che un giovanotto del tipo sopra descritto possa fare soffrire o trattare male una delle mie bimbe è per me un pensiero inconcepibile. Tutti quanti mi dicono che questa è la vita; che la stessa presume anche la sofferenza delle “pene d’amore”, che anche io quando avevo 16 anni facevo lo stesso, che non è possibile mettere una fanciulla sotto una campana di vetro, ecc. be’ tutte critiche ragionevoli e a loro modo logiche, ma non mi importa: io rimango saldamente arroccato all’irrazionalità della mia gelosia. Dopo tutto sono già sin troppo razionale in tutti gli altri ambiti della mia esistenza.

Però c’è un “però”… ce n’è sempre uno, purtroppo. L’altra sera la mia meravigliosa primogenita è venuta da me dicendomi: “Papà, ho una specie di fidanzato. E’ un bambino che mi guarda sempre. E io guardo sempre lui.” “Ah sì! – rispondo – E come si chiama?” “ Non lo so: non ci siamo mai parlati. Soltanto guardati. Lui mi guarda sempre quando entro in mensa a mangiare. E io guardo lui.” “E com’è fatto? Di che classe è?” “E’ bellissimo papà: è biondo e ha gli occhi azzurri. Dev’essere di seconda, ma non lo so di preciso.”
Mentre mi diceva tutto questo, gli occhi di mia figlia rilucevano e quasi folgoravano, in un modo che non avevo quasi mai visto. La dolcezza del suo sguardo avrebbe potuto fare appassire migliaia di tramonti, i suoi occhi denotavano una spontaneità, una semplicità ed una purezza sconvolgente. Non ce l’ho fatta ad essere geloso: non ce la faccio, guardandola in faccia, guardando la sua gioia.
E penso alla scena di questi due bambini che entrano in mensa, in mezzo alla confusione di decine di altri bambini che schiamazzano, scorrazzano, si siedono a tavola, litigano per qualche futilità. E in mezzo a questo “girone dantesco”, due occhi castani che cercano due occhi azzurri. Due sguardi che si incrociano, un sorriso appena abbozzato, forse una manina che si alza in un cenno di saluto. Ma poi, maledizione, c’è sempre la timidezza di mezzo, che ti impedisce di fare il primo passo, di avvicinarti e chiedere almeno il nome. Forse anche la disciplina scolastica che te lo impedisce, che non ti permette di sederti vicino al tuo “cavaliere” o alla tua “dama” per mangiare insieme – oh! Durezza delle regole!

Magari tra quindici giorni quegli occhi non si incroceranno mai più, non si cercheranno più, ma almeno rimarrebbe il dolce ricordo del nome di colui o colei che per primo ti ha fatto palpitare un po’ il cuore. Già: maledetta timidezza che non ti lascia nemmeno quando sei più grande, quando sei già uomo o donna e che ti tiene sempre compagnia quando sei in mezzo a decine e centinaia di persone e che non ti lascia assaporare e cogliere le occasioni che questa vita avara ti riserva.
Sembra proprio qualcosa di respiro stilnovistico. I poeti stilnovisti celebravano l’amore per la “donna angelicata”, una figura eterea, idealizzata, di cui talvolta non si conosceva l’aspetto, che non si era mai vista, di cui talvolta sfuggiva anche il nome. Ma che era il veicolo della sublimazione del sentimento amoroso verso dei lidi di purezza e di nobiltà insospettabili ed inimmaginabili. La stessa cosa, o quasi, qui, nel XXI secolo, in una mensa di una scuola pubblica del Nord Italia. Non sono un cavaliere con la sua “dama d’oriente” i protagonisti, ma due bambini come tanti altri, forse troppo prosaici per avere una poesia dedicata tutta per loro. Ecco perché mi sono sentito in dovere di scrivere queste righe, a celebrazione e perenne memoria di questo “amore”.

“Eppure, dell'unico amore terreno della mia vita non avevo saputo mai, né seppi mai: il nome...” (Umberto Eco – Il Nome della Rosa)

lunedì 4 febbraio 2013

Velkomin skaði

Do il benvenuto a Skaði, il mio nuovo arco.
E' un longbow Bodnik / Bearpaw, modello "Starhunter", 68" - 60# @28", mancino.
E' potente e silenzioso, un cacciatore nato, tira dritto e perdona poco, anche solo in fase di trazione.
Ma è maledettamente bello.






mercoledì 23 gennaio 2013

Incantesimo di Magdeburgo


“Osso a osso,
sangue a sangue,
membro a membro,
così tornino uniti”.

... magari con l'aiuto di Skadhi!