lunedì 20 febbraio 2012

For min boga Belthronding, se tòbraec

Dedicato al mio caro longbow - Belthoroning - che mi ha lasciato dopo 14 anni di onorato servizio.
L’arco è stato onorato restituendolo alla Natura attraverso l’acqua.


Ferthù hàl, Belthornding!



lunedì 24 ottobre 2011

Indigestione di A\_\_EGHE

Tra mamma Rai il giovedì sera e la piccola trasferta semi-nottambula a Sleghe sabato sera mi sono finalmente fatto una piccola indigestione di Alleghe – 2 partite in 3 giorni, roba che, considerando l’astinenza di uno che abita nell’hinterland milanese, può avere effetti devastanti.
E due partite abbastanza simili ho visto, conclusesi tutte e due con 2 punti e 2 vittorie all’OT.
La prima in televisione ha visto l’Alleghe un po’ sornione, un po’ “impastato” sui pattini davanti al Pontebba che invece ci ha messo l’anima, giocando un “desperado hockey” veramente temibile.
Bello il gol di Veggiato, bene il fatto che la partita abbia visto tutto sommato poche penalità. CI stava il pareggio del Pontebba, come ci sta che il gol della vittoria biancorossa sia venuto da un tiro da fuori micidiale.

Ad Asiago la partita invece si è messa subito sul difficile con il primo gol “a freddo” (ma sarà poi giusto parlare di freddo in un palazzo del ghiaccio? E per giunta sull’Altopiano di Asiago che non è famoso per essere località calda…). Poi il raddoppio dei padroni di casa nonché bis-detentori del triangolino tricolore. E subito il time-out delle Civette che sino ad allora erano rimaste chiuse e per così dire “frastornate” dai Leoni dell’altopiano. Dennis incolpevole o quasi sui due gol, viceversa responsabilità dei 5 di movimento, senza dubbio. Le civette hanno finalmente tirato fuori un po’ di artigli e sono riuscite a dimezzare lo svantaggio grazie a Rocco. Notevole questo primo tempo di partita con tutti e due i panconi puniti che sono rimasti freddi, senza che nessun giocatore abbia provveduto a scaldarli.

Però l’Alleghe soffre in difesa, la supremazia territoriale dei cimbri continua. L’Alleghe magari esce bene dal terzo difensivo, ma non riesce ad attaccare incisivamente la linea blu avversaria. Impresa dell’Alleghe ad inizio tempo che riesce a tenere bene una doppia inferiorità. D’altro canto c’è anche da dire che gli asiaghesi si affidano troppo spesso al disco scagliato nell’angolo e pedalare, applicando la regola canadese del “win the corners, win the game”. Quindi secondo tempo di sofferenza per i biancorossi che riescono però a pareggiare con Heinrich (Adam) che sfrutta al 100% uno svarione difensivo in disimpegno e si trova a tu per tu con il portiere che infila. Dopo tre minuti il fratellone di Adam, Michael, imita il famigliare ed insacca. Però quest’ultimo porta una maglia stellata e insacca il prode Dennis con un polsino maligno. Tutto sommato gli asiaghesi però pattinano di più. Molte civette sembra che manchino ancora la condizione atletica ottimale, primi tra tutti alcuni stranieri “di peso”. Poi l’assenza di Schutte denota come all’Alleghe manchi un play-maker di professione.

Quindi Alleghe ancora sotto all’inizio di terzo tempo. Ma Civette sicuramente più arrembanti. La partita sale di tono. Dennis si supera in più occasioni, ma l’Alleghe prende fiducia, anche se l’iniziativa offensiva è sempre per lo più affidata ad azioni individuali piuttosto che manovre corali. Ma i padroni di casa non mollano. Arriva anche il palo di Hogeboom in discesa semi-solitaria verso Grieco. L’Alleghe c’è e a qualche manciata di minuti dalla fine l’Alleghe si ritrova a giocare con 4 attaccanti e 1 difensore, facendo un pressing di buona intensità. L’Asiago sente la pressione, è leggermente calato atleticamente e l’affanno si fa sentire con Fata che si fa beccare dall’arbitro mentre spedisce un disco in tribuna per alleggerire, ma nell’hockey questo non si può fare: 2 minuti per ritardo del gioco. Alleghe in forze sul ghiaccio con 6 giocatori (tolto il portiere) contro 4 asiaghesi. Attimi intensi e infuocati sotto porta, tensione a mille ma alla fine risolve tutto un tiro potente e teleguidato da fuori di Hogeboom. Bom-boom! La curva dei 15 alleghesi presenti tra il pubblico esplode e si va all’over time. Per chi viene da lontano si tratterà di fare un po’ più tardi di quanto previsto, ma fa niente, anche perché poi gli OT sono una pratica che le civette archiviano in un blitz di circa mezzo minuto. Adam Heinrich scende, si invola e sorprende il portiere avversario sotto i gambali. Fine! Vittoria! Le civette sotto la curva ospiti a salutare i pochi tifosi in delirio e poi tutti a nanna (per il sottoscritto dopo 3 ore di macchina)!

Una Fiat Panda vecchio modello colore verde pisello corre nella notte dall’Altopiano di Asiago, lungo le autostrade che la condurranno nell’hinterland milanese, nella terra piatta. Questa macchina contiene una personcina tutto sommato felice, che canticchia guidando “Forza Alleghe!”

sabato 8 ottobre 2011

Vajont, 9 ottobre 1963 e le intercettazioni



Sono giorni in cui si parla di intercettazioni. Una delle prime intercettazioni di cui le cronache italiane hanno notizia è l’intromissione (indebita) di una centralinista di Longarone la sera del 9 ottobre 1963. L’addetta telefonista si intrometteva preoccupata nella conversazione concitata e drammatica tra il tecnico di servizio sulla diga del Vajont e l’ingegnere Biadene, dirigente della ditta che la diga aveva costruito e posto in esercizio, la S.A.D.E.
La telefonista si intrometteva chiedendo se c’era pericolo per il Vajont e per Longarone, ma l’ingegner Biadene la rassicurava. “Ma no signorina, non si preoccupi..:”
Quello che è successo è ben noto: una tragedia annunciata che ha causato circa 2.400 morti (quasi come l’ 11 settembre delle Twin Towers).
Ad memoriam…

Da leggere:
- Marco Paolini, Il Racconto del Vajont
- Tina Merlin, Sulla Pelle Viva – Come si Costruisce una Catastrofe










venerdì 29 luglio 2011

Nuovi brividi biancorossi...

E arrivano pure in questa tiepida estate milanese le ultime news sull'hockey mercato, soprattutto per quello che riguarda i colori biancorossi alleghesi...



Contrariamente a quanto fatto in passato, osservo il più rigoroso silenzio, un po' per scaramanzia, un po' perché occorre conoscere prima di giudicare.



Ma la notizia che mi fa rabbrividire di più è il ventilato addio a bastoni e pattini da parte di Fabrizio "Bicio" Fontanive, una delle colonne portanti dell'attacco alleghese per anni... se così è, allora è un altro segno del tempo ceh passa, inesorabile, per tutti... è un altro segnale che ci dice che stiamo diventando vecchi, ma forse non ancora a sufficenza! "Too old to rock'n'roll, too young to die", come diceva Ian Anderson dei mitici Jethor Tull.


Se il "guerriero" Bicio lascerà veramente la pista del DeToni, per motivi comprensibilissimi - sia ben chiaro - be' allora l'inizio campionato, malgrado l'entusiasmo per le riconferme, per i nuovi arrivi e per i "ritorni a casa" sarà ovviamente smorzato per ciò che mi riguarda dal non rivedere più sul ghiaccio la maglia #27.



In ogni caso, grazie di tutto Bicio. Sarevede!










martedì 1 marzo 2011

LE CIVETTE (IN VACANZA) SUL COMO'

Anche quest’anno fuori dai play-offs in fase piuttosto precoce. Allora fioccano i “grazie ragazzi per averci creduto”, i “complimenti lo stesso boce perché non avete mollato nella serie”, i complimenti a questo o a quello perché durante i play-offs ci ha messo l’anima, i ringraziamenti al presidente che ha provato di tutto per portare in riva al lago il talento che avrebbe condotto la barca al di là dello scoglio pusterese ecc.
Insomma complimenti di circostanza che, alla lunga lasciano il tempo che trovano. Siamo sicuri che i boce ci abbiano messo l’anima sempre? E “sempre” vuol dire “sempre”, non solo nei play-offs, ma anche nella regular season. Io dico proprio di no. Se così fosse stata non ci saremmo giocati l’accesso ai play-offs al cardiopalma con i cugini cortinesi all’ultima giornata. Se così fosse stato non avremmo attraversato delle lunghe giornate senza punteggi utili nel corso dello svolgimento del campionato. Se così fosse stato, magari invece che ottavi avremmo finito settimi, sesti, quinti e avremmo potuto disputare la prima gara di play-off con una formazione più alla portata rispetto alla corazzata nera-arancio, veramente “stellare” quest’anno.
Il problema è sempre quello di svegliarsi quando ormai forse è troppo tardi. E’ anche quello di passare le prime giornate di gioco in completa anamnesi per poi essere costretti ad un campionato di rincorsa, in affanno, con stranieri che, notato l’andazzo, si scazzano e si defilano versi altri lidi… E quindi arrivare a fine stagione già belli “cotti”, invece che pimpanti, rinfrancati nel morale dalla serie di vittorie all’attivo e con un ambiente saldo, coeso e ragionevolmente fiducioso.
E’ la stessa cosa che si ripete anno dopo anno, stagione dopo stagione. Con alti e bassi, acuti e “stecche”… ma la canzone è sempre quella.
Tanto poi ci sono sempre (e sempre ci saranno) i ragazzi che affluiranno al DeToni o nelle altre piste ghiacciate, perché succubi del fascino della maglia bianco-rossa, perché il brivido ghiacciato che provano quando vedono giocare l’Alleghe è veramente impagabile, perché sono eredi di una tradizione agordina e forse bellunese che va avanti più o meno stancamente da decenni, senza soluzione di continuità. Semplicemente perché il tifoso è così: ama la sua squadra anche e soprattutto se ti fa soffrire; anzi forse soprattutto quando ti fa soffrire, un po’ come quelle ragazze che se la tirano e non ne vogliono sapere di te che gli muori dietro.

E allora, andiamo pure in vacanza, lasciamo da sportivi facendo i complimenti ai lupi pusteresi e facendo un grosso in bocca al lupo ai “fratelli” della Valpe (loro sì che avrebbero qualcosa da insegnarci!), e…. SEMPRE FORZA ALLEGHE!!!

lunedì 21 febbraio 2011

CLOUT SHOOTING IN BRIANZA




Comincia alle 6,15 una domenica piovosa di febbraio. Esco di casa e piove e mi dico "Insomma: faccio una gara out-door all'anno e deve piovere!" Ma si sa, la nuvoletta dell'impiegato è sempre in agguato. Si affaccia un po' di malumore. Però poi penso a tutti gli arcieri della storia che hanno dovuto sopportare anche peggio, e il malumore si affievolisce. Pensa a quanti padri hanno dovuto lasciare casa, con arco e frecce in spalla, per andare a combattere; pensa a quanti arcieri nella storia hanno dovuto lasciare moglie e figli a casa nel calduccio dei loro letti, anche solo per andare ai "butts" (per andare ad allenarsi ai paglioni) perché così stabiliva l'implacabile legge del re!
Mi metto alla guida e scopro che, andando in su la pioggia diminuisce di intensità. Meno male: pensa fargli prendere una giornata di pioggia al mio arco in legno, alle mie povere frecce in legno anch'esse e con impennaggio naturale.

Arrivo a destinazione, parcheggio e mi accolgono subito gli odori di erba che fermenta. Poco distante, nel parcheggio della cascina, due cumuli di erba e truciolati di legno fumano tranquilli sotto l'umidità e l'odore che si spande non è nauseante, ma placido e rassicurante come l'odore dei fienili dove giocavo con i cugini in montagna quando ero ragazzino.
I padroni di casa mi accolgono con squisita cortesia, malgrado sia arrivato con mezz'ora buona di anticipo. Subito mi fanno il caffè e mi offrono la "seconda colazione" (la prima l'avevo già mangiata a casa). La vecchia cascina con annesso parco è splendida, anche non essendo certo una cascina ristrutturata ad hoc, di quelle per intenderci dove vai a fare agriturismo... però è veramente affascinante.

Poco per volta arrivano gli altri arcieri. Saremo una quindicina in tutto. La citazione shakespeariana è d'obbligo: "Noi pochi, noi felici pochi; noi manipolo di fratelli", scriveva il bardo di Stratford a proposito della battaglia di Agincourt. E qui altrettanti pochi, felici pochi, si accingono a caricare il "campo di battaglia" di Monticello Brianza, nel contesto pacifico e amichevole di una competizione di tiro alla bandiera, o tiro "clout", giusto per stare in ambito inglese. Si tratta di una gara di arco che serviva ai tempi per allenarsi al tiro a parabola che sarebbe poi stato usato in battaglia. Il bersaglio non è immediatamente visibile dalla linea di tiro, ma si tratta di cerchi concentrici disegnati sul terreno. Diametro massimo 15 metri, suddiviso poi ogni metro e mezzo in 5 zone di punteggio, dal 1 (anello esterno) al 5 (cerchio più interno). Al centro di tutto è posto un paletto con una bandiera che segnala il centro del bersaglio e che risulta essere l'unica cosa visibile dalla linea di tiro. Linea che, a seconda delle divisioni e delle classi è posta a 125, 165 e 185 metri. Da lì vedi la bandiera (o straccetto, appunto “clout” in inglese, da qui il nome) che sembra farti “cù-cù! Il bersaglio è qui!”
E allora tu tendi il tuo arco: lo devi tendere al massimo, devi usare ogni decimo di pollice per riuscire a mandare laggiù la tua freccia. E senti così il tuo arco di legno che si piega tutto, in tutte le sue fibre, digrignando i denti e scricchiolando come stai facendo tu che tendi piegando il ginocchio per riuscire a chinare all’indietro di 45% il tuo busto mantenendo la “T” che ti garantisce l’allungo e l’allineamento. Poi rilasci e la freccia si invola verso il cielo, rapida come il pensiero, libera come il vento e…. e proprio il vento devi tenere in considerazione. Cavolo! Non ci avevo pensato, non avevo visto che laggiù la bandierina sventola un po’. E non avevo neanche considerato che i refoli d’aria cambiano a seconda dell’altezza dal suolo… insomma, correggi il tiro con la seconda freccia. Tendi ancora, tieni d’occhio la bandiera da sotto l’ascella del braccio che impugna l’arco, un po’ sulla sinistra dovrebbe andare meglio. Ma! Ma la freccia non arriva. Il lego dell’arco risente dell’umidità in maniera schifosa. La gittata, il “cast”, come dicono gli inglesi, è compromessa. Non ci arrivo. Prime due volée a zero, benché tutto sommato ben raggruppate. Ed allora il Giudice di Gara prende la decisione, considerando la mia attrezzatura e sentiti tutti gli altri arcieri che acconsentono unanimi (grazie!), di consentirmi di tirare da 125 metri, invece che da 165. Io dico loro che non è necessario, che anche se finisco a zero, l’importante è “giocare” e cercare di tirare bene. Ma loro insistono e allora così sia. Certo che se fosse stata una giornata di sole pieno, con aria secca a senza umidità, il mio “legno” avrebbe risposto in maniera del tutto differente. Comunque sia, il legno è legno: è vivo e bisogna farci i conti. D’altro canto anche le mie chitarre, quando il tempo è umido, suonano in modo differente…
Da lì in poi comincio a prendere anche io. Fino alla fine della gara ne metterò fuori solo due, tutte le altre dentro. Addirittura una freccia in 5^ volée fa il solletico alla bandiera e fa la barba al paletto che la sostiene andando a conficcarsi a pochi centimetri dal centro esatto del bersaglio: 5 punti! La fatica di tendere il legno allo stremo si fa sentire. Meno male che la linea di tiro è provvista di posto ristoro permanente, con crostate, girelle, patatine, caffè, bevande fresche, il tutto condito dalla squisita gentilezza degli organizzatori. Che bello! Chissà se anche gli arcieri medievali in battaglia potevano usufruire degli stessi comfort! Dubito!

Durante tutta la gara il mio pensiero torna sempre all’indiscutibile fascino dell’evo antico, quando arco e frecce erano terribili strumenti in mano agli arcieri che grazie ad essi si garantivano la sopravvivenza personale e della loro patria. Le frecce continuano a volare verso il cielo per tutta la mattina, accompagnate dai rumori cioccanti – tutti diversi l’uno dall’altro – degli archi che si chiudono. Rumori di pulegge e carrucole, rumori metallici dei flettenti degli archi olimpici, i rumori più caldi e più furtivi degli archi tradizionali. E le frecce volano nel cielo grigio sempre laggiù verso quella bandierina gialla che sventola sempre in maniera diversa da volée a volée, indicando che il vento è cambiato e che quindi gli arcieri dovranno ancora diventare matti per ri-calibrare il loro tiro.

Alla fine ci si trova davanti ad un piatto di cannelloni squisiti, accompagnati da un bel piatto di salumi, con cipolline e giardiniere appetitosissime. Poi c’è la premiazione, momento per concludere tutti insieme una mezza giornata veramente entusiasmante, facendoci i complimenti a vicenda. Ce li siamo meritati. Tutti: nessuno escluso: dall’organizzazione, al Giudice di gara, alla pattuglia di arcieri venuti su addirittura da Padova; insomma veramente tutti!

Ritorno alla mia famiglia ascoltando musica di cornamusa a tutto volume sulla mai autoradio. Arrivo a casa e la festa continua con moglie e figlie festanti che celebrano il “ritorno del guerriero”!

lunedì 7 febbraio 2011

SAD (BUT TRUE) PROPHECY



Una triste profezia il titolo di questo vecchio album. Gary Moore (Belfast 1952 – Estepona 2011) ci ha lasciati questa notte – era un poeta delle sei corde e sapeva fare urlare o piangere o sussurrare o esplodere la chitarra come pochi altri a questo mondo. La morte prematura lo accomuna con il suo grande compagno Phil Lynott. Con lui hanno scritto pagine monumentali del rock con i Thin Lizzy.
Grazie Gary per quello che mi hai trasmesso con le tue musiche, per avermi fatto venire la voglia di suonare la chitarra, grazie per le emozioni che mi hai voluto regalare. Buon viaggio Gary, “fratello irlandese”.